Il cavaliere dell'eterna rassegnazione avrebbe voluto sfiorare con lo sguardo le stelle fino al sopraggiungere mattino. E avrebbe voluto accarezzare la melodia del mare fino a quando la sua orchestra minuta non si fosse acquietata, alle prime luci dell'alba. E...
Non conta. Il cavaliere ha una strada da seguire, e niente gli è più chiaro, e caro, di questa sua strada.
Diotima, che poi sono sempre e invariabilmente io, ha fatto ordine nella favola del Cavaliere.
I post (26 luglio, 31 luglio, 10 agosto) sono spariti e diventano uno soltanto, per dare un criterio logico ai frammenti.
Fu una cosa di poche e lunghissime notti: il tempo di tagliare tutti quei fili che avvincevano il cuore del cavaliere e lo stringevano alla principessa, poi sarebbe partito.
Quella notte il cavaliere dell'infinita rassegnazione spiegò alla principessa una cosa importante, importante a tal punto che lei l'avrebbe scritta su un biglietto con i suoi bei caratteri azzurri e l'avrebbe conservata stretta nel pugno per non perderla e non dimenticarla; le spiegò che bisogna sempre cercare d'esser felici, ma che riuscire ad esserlo in due, ecco, quello è l'incanto, il sortilegio che nessuna parola può spiegare ma tiene in piedi il mondo sin da quando esso esiste. Un uomo felice, uno soltanto, non è sufficiente a far sciogliere il nero e a far scender la luce, a trovare il senso, l'unico possibile, nella moltitudine delle vie sbagliate; ce ne vogliono due, questo la principessa doveva saperlo, un uomo e una donna felici davvero, per poter essere sicuri che anche questa volta la magia si ripeterà, che la biglia su cui giriamo impazziti continuerà a rotolare verso la sua meta (certo, ce l'ha una meta) e a portare con sè quelle briciole di universo ch'egli chiamava uomini.
Ma quello che bisogna veramente immaginare è il modo in cui lo disse, in virtù del Pazzesco, dell'Infinito e del Folle, con la semplicità di uno sguardo e di un gesto, una mano che si muove da lui a lei, da lei a lui, e accompagna le parole, poche:
- Se fossi stato felice io, non lo sareste stata voi. Partirò.
Prevedibilmente, la principessa lascia scivolare una lacrima, tace, chiude gli occhi come a spegnersi. Ha imparato dal suo cavaliere, o forse lui ha imparato da lei, quell'acquietarsi dell'anima che non deve e non vuol più cercare, che ha trovato la strada.
- "La luna è incantevole, stanotte, principessa" , disse il cavaliere. E poi, sottovoce "Partirò con la stella del mattino".
Nel silenzio un pensiero attraversa il cavaliere, segna sulla sua fronte una linea decisa, esce frettoloso dalle labbra, prima di sparire.
- "Non dimenticate la luna..." in un sussurro. E poi, spiegando: "La luna: nei giorni in cui sarà piena ci scriveremo a lungo - a non finire! - sulla sua superficie rugosa, ci scriveremo col pensiero e lo sguardo; nei giorni in cui non sarà che un lembo sottile di luce perduta ci scriveremo poche parole, un saluto e nient'altro. Non avrete da cercarmi, nel mio lunghissimo viaggio: la luna vi basterà.
Così il cavaliere dell'infinita rassegnazione segue con lo sguardo la propria ombra scura alla luce delle stelle che lo accarezzano furtive, dall'alto.
Ci vorrebbe una mano per portar via in un gesto tutto il dolore del cavaliere, quello sì sarebbe un gesto clemente e infinito, la mano di un dio che prende la solitudine di un uomo tra le proprio dita, la serra piano nel pugno per non sgualcirla (chissà che un giorno il cavaliere non desideri riaverla) e la porta con sè, lontana. Non è gran cosa, poi, quella solitudine: si potrebbe tranquillamente estirparla dall'animo tenue del cavaliere senza nemmeno fargli male, basterebbe anzi rubargliela in un'improvvisa anestesia del sentimento, magari nel cuore della notte, che duri un attimo e poi svanisca, pouf.
Sostenevano i maghi, nelle terre lontane di Harbor, che nulla potrà mai come il cielo riflettere l'animo umano.
Cammina sul fare del giorno il cavaliere dell'infinita rassegnazione, cammina leggero, circondato da una spessa coltre di nubi: è fuggita la notte, con le sue ombre salvifiche. Tuttavia, quelle sue nubi bisogna immaginarle diverse dalle altre, quasi la mano di un pittore le avesse volute più belle, più sublimi. Erano nuvole grigie, questo è certo, ma erano anche nuvole d'oro.
Non tutti i viandanti seguono una via incorniciata di nuvole dorate, ma il nostro cavaliere può farlo; perchè lui aveva già dentro quei colori, il grigio come l'oro, e si trattava solo di lasciarli uscire a dipingere il cielo opaco del mattino, del giorno che inizia.
Il giorno, il primo, del viaggio.
Che poi, sarà un viaggio davvero quello del nostro cavaliere? Il cavaliere dell'infinita rassegnazione non tocca il suolo quando si muove, andandosene, questo bisogna immaginarlo, capite, perché il cavaliere sfiora soltanto il terreno. Lo sfiora, come se quella realtà potesse in uno stesso attimo sfiorarlo e ucciderlo, come accadrebbe se un ago lievissimo toccasse una bolla di sapone e quella - ferita – sparisse.
La principessa è talmente lontana da essere solo un sogno. E il cavaliere non lo ignora, no, ma passo dopo passo segue lieve il cammino: non c'è lontananza che possa scoraggiare i suoi occhi sereni, non c'è terra che egli non attraverserà in nome dell'Assurdo, dell'Impossibile e del Perduto.
Ci sono cose talmente assurde che possono soltanto essere vere, non c'è spiegazione, e così è il viaggio del nostro cavaliere, in fuga da quanto – egli lo sa – significa per lui la vita intera.
Egli si fa strada piano, quasi sottovoce, verso l'incerto.
Essenziale è ciò
che del mondo rimane
quando chiudiamo gli occhi.
[ho scritto e fotografato essenzial-mente anch' io]

Diotima parte, e per un po'.
Vi dico arrivederci, anche se con parole d'altri.
Ed io, dove,
dove andrò, io?
Di certo,
lontano,
ad inseguir le stelle.
Ad ascoltar il mare,
e la notte,
e il bosco ombroso.
[...]
Bonne chance!
Diotima, cioè io, è infinitamente triste.
Notti senza cuore... da far tremare il cielo.. dove c'è una via d'uscita che trascina via da qui in un volo bellissimo in un mare bellissimo...
Ed è la vuotitudine infida di molte altre notti che toglie il sonno e le forze per far diventare il dolore una poesia, una favola, una melodia, anche soltanto una nota che sia una, delicata, e sciolga tutto il male che c'è nel petto di chi la suona.
Diotima è tornata, forse.
Alla ricerca della leggerezza, come insegnava Calvino, e di quell'antico amore perduto per la penna, che misteriosamente il nostro secolo ha voluto scomporre in 26 piccoli tasti bianchi con le lettere dell'alfabeto.
Non so quanto resterò, non so se avrò davvero qualcosa da dire, ma sono tornata.
Per me stessa, stavolta.
*
Da Calvino:
" [...] Tra i fatti della vita che averebbero dovuto essere la mia materia prima e l'agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura c'era un divario che mi costava sempre più sforzo superare.
Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l'inerzia, l'opacità del mondo: qualità che s'attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle [...] "